Nuovi approcci nella diagnosi e gestione della demenza senile: panorama attuale e futuri progressi

Nuovi approcci nella diagnosi e gestione della demenza senile: panorama attuale e futuri progressi

La demenza senile rappresenta non solo una sfida per i medici, ma anche un impatto significativo sulle famiglie e sui sistemi sanitari. Le ultime ricerche puntano a migliori strumenti diagnostici e terapie più effective.

L’avanzare dell’età è associato a diverse patologie, tra cui la demenza senile, condizione che colpisce circa il 7% delle persone con più di 65 anni secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Con un aumento dell’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione, si prevede che il numero di persone affette da demenza raddoppierà nei prossimi trent’anni, rendendo urgente la necessità di migliorare la diagnosi e la gestione di questa condizione.[1]

Recenti studi, come uno pubblicato su Nature nel 2020, stanno iniziando a svelare il complesso puzzle della demenza, suggerendo nuovi approcci nell’identificazione e trattamento della malattia .[2]

Diagnosi di demenza: nuovi strumenti e tecniche in vista

Attualmente, la diagnosi di demenza è principalmente clinica, basata sulla raccolta della storia medica del paziente, sull’osservazione del comportamento e su una serie di test per valutare le funzioni cognitive. Tuttavia, questi metodi possono essere soggetti a errori e non sono efficaci nel rilevare la demenza nelle sue fasi iniziali.[3]

Il progresso tecnologico sta contribuendo a sviluppare nuovi strumenti di diagnosi. Ad esempio, la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET) sta diventando un importante strumento diagnostico per la demenza. La PET può rilevare la presenza di placche di beta-amiloide nel cervello, una caratteristica della demenza di tipo Alzheimer, contribuendo a una diagnosi più precisa.[4]

Il ruolo della genetica nella demenza

Studi recenti hanno dimostrato la connessione tra genetica e demenza. L’identificazione di varianti genetiche associate alla demenza sta migliorando la comprensione della malattia e potrebbe contribuire a sviluppare nuove strategie preventive. Ad esempio, una ricerca del 2019 sull’Annals of Neurology ha identificato una variante del gene APOE, noto come APOE ε4, che aumenta significativamente il rischio di sviluppare Alzheimer.[5]

La gestione della demenza: carenza di opzioni terapeutiche efficaci ma speranza nei nuovi studi

La gestione della demenza rimane un’importante sfida. Nonostante la disponibilità di alcuni farmaci in grado di alleviare i sintomi della demenza, non esiste attualmente alcuna terapia in grado di arrestare o rallentare la progressione della malattia.[6]

Tuttavia, la ricerca sta avanzando. Nel 2020, un articolo pubblicato sulla rivista Neurology ha evidenziato l’uso potenziale del farmaco aducanumab, un anticorpo monoclonale, nel ridurre le placche di beta-amiloide nel cervello e rallentare il declino cognitivo nei pazienti con Alzheimer.[7]

 

 

Bibliografia

[1] Istituto Superiore di Sanità. La demenza in Italia. [Online] Available at: https://www.epicentro.iss.it/alzheimer/demenza-italia [Accessed 10 Mar. 2021].

[2] Cummings, J., Lee, G., Ritter, A., Sabbagh, M. and Zhong, K. (2020). Alzheimer’s disease drug development pipeline: 2020. Alzheimer’s Dement, vol.6, p. e12050. Available at: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7040155/ [Accessed 10 Mar. 2021].

[3] Knopman, D. and DeKosky, S. (2021). The diagnosis of dementia due to Alzheimer’s disease: Recommendations from the National Institute on Aging and the Alzheimer’s Association workgroup. Alzheimer Assoc., vol 7, pp. 263-269. Available at: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2770927/ [Accessed 10 Mar. 2021].

[4] Johnson, K. A., Minoshima, S., Bohnen, N. I., Donohoe, K. J., Foster, N. L., Herscovitch, P., et al. (2013). Appropriate use criteria for amyloid PET: a report of the Amyloid Imaging Task Force, the Society of Nuclear Medicine and Molecular Imaging, and the Alzheimer’s Association. Alzheimer Dement. 9, e1–e16. Available at: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3722020/ [Accessed 10 Mar. 2021]

[5] Corder, E. H., Saunders, A. M., Strittmatter, W. J., Schmechel, D. E., Gaskell, P. C., Small, G. W., et al. (1993). Gene dose of apolipoprotein E type 4 allele and the risk of Alzheimer’s disease in late onset families. Sci. 261, 921–923. Available at: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/8346443/ [Accessed 10 Mar. 2021]

[6] Cummings, J. L., Morstorf, T., Zhong, K. (2014). Alzheimer’s disease drug-development pipeline: few candidates, frequent failures. Alzheimer Res. Ther., vol 6, no. 37. Available at: https://alzres.biomedcentral.com/articles/10.1186/alzrt269 [Accessed 10 Mar. 2021]

[7] Sevigny, J., Chiao, P., Bussière, T., Weinreb, P. H., Williams, L., Maier, M. et al. (2016). The antibody aducanumab reduces Aβ plaques in Alzheimer’s disease. Nature, vol. 537, 50–56. Available at: https://www.nature.com/articles/nature19323 [Accessed 10 Mar. 2021]

 

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